Quando “Ave Ninchi” urla “mai più!”, imponendo ai suoi inquilini il divieto tassativo di ricevere donne, Livio è convinto che in quel “più” echeggi un Si bemolle. In sostanza, ritiene di essere dotato del cosiddetto orecchio assoluto, qualità rarissima. Per di più, è costretto, da circostanze assai particolari, a far l’amore in un andirivieni sulla quarta corda, vale a dire ascoltando la celeberrima aria di Bach, o al ritmo forsennato della Danza macabra di Saint-Saëns, in un crescendo sarcastico di archi, legni, ottoni e percussioni. Coglie, inoltre, somiglianze che agli altri sfuggono sicché Olga, la padrona dell’appartamento in cui lui è l’affittuario di una piccola stanza, è una copia mal riuscita dell’attrice Ave Ninchi. E non ci si dovrà meravigliare se a dirigere il seminario su Cesare Pavese, al quale malauguratamente partecipa, sarà, dal suo punto di vista, il rude attore americano Robert Mitchum, con la caratteristica fossetta sul mento. Ma a chi assomiglia Livio, spassoso io narrante, ammesso che assomigli a qualcuno? Di sicuro, fedelmente a sé stesso. Studia Lettere all’Università di Roma, fra il leggendario Sessantotto e i primi anni Settanta, ed è un fuorisede non ancora fuori di testa. Non dispiace alle ragazze e associa brevi avventure amorose a fervide performance nel movimento studentesco. Sarà infine la tanto desiderata Emilia ad accompagnarlo per un buon tratto di strada? La notte, non priva di suspence, che i due amanti trascorreranno per la prima volta insieme, avrà il suo culmine al mattino seguente nel Cimitero Acattolico, davanti alla statua nota come l’Angelo del dolore. “Un angelo in lacrime, riverso su un piedistallo. Le lunghe ali semichiuse, un braccio plasticamente piegato a coprire il volto, l’altro penzolante”. Una immane disperazione, dalla quale il brioso protagonista prenderà cautamente le distanze.





