
Un angolo riservato ai nostri autori, che si confrontano a partire da uno spunto, “io scrivo”, che può essere interpretato da ognuno secondo la propria sensibilità, senza regole fisse. La redazione sceglie di volta in volta due scrittori, spesso molto diversi tra loro, invitandoli a un dialogo epistolare privato. Ciò che trovate in questa rubrica è la trascrizione di tale scambio di pensieri, idee, opinioni, suggestioni, presentato al pubblico perché possa a sua volta trarne spunto per una riflessione sui meccanismi che spingono oggi qualcuno ad armarsi di penna, o computer, per creare storie.
PAOLO MATTANA
Caro Davide,
ti sei mai chiesto perché scrivi?
Io sinceramente no, anche se è capitato che qualcuno me lo domandasse.
Non me lo chiedo solo perché non so la risposta, anche se questo sarebbe già un motivo sufficiente, quanto perché fondamentalmente non mi interessa saperlo.
Credo che non sempre bisogna dare una spiegazione a tutto e poi, in fondo, spesso ci rendiamo conto del vero significato di ciò che facciamo (o siamo), solo dopo averlo fatto (o essere stati).
Ovviamente quando parlo del “perché scrivo” non mi riferisco a ciò che mi spinge razionalmente a prendere la penna in mano o a battere dei tasti su un computer, ma a quelle motivazioni più profonde, quelle cause ignote ed insondabili che muovono la tua vita verso le direzioni più sconosciute. Del resto questa mi sembra più materia da psicologi che da scrittori. E poi chi lo sa, magari un giorno lascerò la penna e smetterò di scrivere, così senza una ragione, come ho cominciato.
Per quanto riguarda il resto invece le risposte sono lì a portata di mano.
A volte scrivo semplicemente per me, per afferrare i miei sogni o per consumare le mie malinconie, a volte invece scrivo per comunicare e trasmettere agli altri un’idea, una storia, un fatto, anche semplicemente un frammento di una vita (sconosciuta o ignorata) che secondo me vale la pena di essere raccontata. E magari riscattarla attraverso la scrittura.
Voglio dire che trovo più interessante riflettere su ”cosa si scrive”, più che su il “perché lo si faccia”. Ad esempio io mi sono reso conto che nei miei scritti c’e un tema ricorrente, che sono poi i protagonisti delle mie storie. Ho infatti una certa predilezione per le vittime, gli esclusi, gli emarginati, gli incompresi, i dimenticati, insomma per i “perdenti”.
Hai presente i personaggi di “Un’ombra ben presto sarai” di Osvaldo Soriano? Quelli che lo scrittore argentino definiva “sognatori che deambulano come fantasmi nelle periferie della città”?
Beh, a me piacciono quelli.
In attesa di sentirti presto,
Un caro saluto,
Paolo.
ps. Caro Davide, tempo fa ho letto il tuo libro “Nordest hotel” e mi è piaciuto molto. …Perciò sono contento che ci abbiano messo in contatto e che ci scambiamo delle email , anche perché se ho capito bene leggendo il tuo libro, sei un rockettaro amante di Bruce Springsteen, come me… . e allora magari un giorno ci incontreremo da qualche parte ascoltando “Follow the dream” e a parlare del Boss e della Estreet Band…...
DAVIDE TESSARI
Caro Paolo
Confesso che evito accuratamente di chiedermi il perchè di molte cose che accadono nella mia vita, a maggior ragione di quello che faccio. Se poi dovessi chiedermi perchè scrivo… temo che mi si aprirebbe un tale baratro di inutilità sotto i piedi che sarei costretto subito a fare qualcosa di diverso tipo, chessò... sei mesi di volontariato in Darfur per espiare la pena di tanto tempo così mal impiegato.
Hai perfettamente ragione su tutto (forse perchè, al di là delle ovvie differenze che caratterizzano ogni persona, e ogni scrittore, c’è come un sottile filo rosso comune a tutti coloro che decidono di trascorrere ore e ore a scrivere, anzichè dedicarsi a ben più piacevoli e remunerative attività).
In effetti, quando si scrive, credo non ci si pongano troppi perchè, è quasi un riflesso condizionato, senti che lo devi fare e basta, un po’ come il protagonista di Sulla Strada, o di certe canzoni di Springsteen, che non sa perchè, e verso dove, deve andare, ma sa solo che deve farlo. Forse soltanto una volta giunti alla meta, scoprirà il motivo del suo viaggio…
A me è successo che fossero altri a (cercare di) decrittare nei miei romanzi il motivo della loro esistenza (dei libri, intendo…), a volte inerpicandosi in spiegazioni astruse alle quali io mai avrei pensato… (quante volte accade di essere fraintesi, vero?) Mi verrebbe da rispondergli che scrivere è la sola cosa che mi riesca bene nella vita, se tutto ciò non trasudasse mielosi accenti vittimistici, o rischiasse di farmi apparire come quei loser che sappiamo…
Alla fine penso che la sola cosa che mi spinga a scrivere sia la voglia di raccontare una storia.
Forse è per questo che, pur iniziando a scribacchiare fin da bimbo, non ho mai tenuto un diario. Il mio era un continuo iniziare storie (forse sempre la stessa storia) che mai portavo a termine, fino a quando la perseveranza non ha fatto il miracolo di mettere la parola FINE ad un discorso iniziato 350 pagine e vent’anni prima.
Quando ho una storia che mi preme raccontare, tutto il resto, in qualche modo, passa in secondo piano, e se non può farlo, chi ci rimette è il sonno… è come se ci fosse una mano invisibile a spingermi sulla schiena, a darmi quella spinta necessaria.
Ecco, il giorno nel quale, per usare le tue parole, lascerò la penna e smetterò di scrivere, sarà quando non avrò più una storia da raccontare (cosiccome sarò pronto a reimbracciare la penna non appena una nuova storia dovesse bussarmi dentro pregandomi di farla uscire).
E poi, alla fine, come dici giustamente tu, non è il perchè si scrive ma è quello che si scrive che conta davvero. E nel tuo caso, conta davvero molto, perché le tue storie sono storie di vita e di morte, di lotta e coraggio, di quello che dovrebbe essere e non è, di quello che si dovrebbe dire, e sapere, e scrivere ancora di più, e invece non avviene (quasi) mai… e perché quelli che tu chiami “perdenti” sono il sale della vita, sono quelli che lottano davvero, forse sono un po’ ciò che noi vorremmo essere e non siamo, e non saremo mai, impigriti nell’indolente benessere delle nostre lande velinate.
Tu dici di amare i perdenti, e lo capisco perfettamente, non si possono non amare i personaggi che racconti e descrivi.
Che dire… io invece non amo particolarmente i miei personaggi, ma essi si rifanno al solo genere di persone che conosco. Non ho scelta, da questo punto di vista.
Così nei miei romanzi i perdenti non lo sono mai fino in fondo, ne i vincenti escono mai del tutto puliti e indenni.
Magari è solo consolatorio, magari è solo ciò che si spera accada nella realtà. So solo che non succede spesso…
Grazie delle belle parole
e dell’esser partito per primo
a presto, spero
davide
p.s.Paolo, dai… abbiamo scherzato. Tra noi possiamo pure dircelo. E’ ovvio che scriviamo solo perchè si guadagnano cifre inenarrabili e si cucca alla grande!
Perciò, quando ci incontreremo, presumo sarà su un volo diretto per Asbury Park, con due (semi)sconosciute fatalone al braccio, e il tintinnare dello champagne a bordo… alla faccia dei perdenti!
PAOLO MATTANA
Caro Davide,
vedo che c’è molta affinità di pensiero e allora chiudo questo breve epistolario elettronico, parlando di un altro argomento su cui mi piacerebbe avere il tuo parere e riguarda il rapporto con la lettura.
Per farlo prendo spunto da una articolo di Dacia Maraini pubblicato sul Corriere della Sera nel marzo dell’anno scorso in cui l’autrice si lamentava del fatto che in Italia tutti scrivono e nessuno legge.
A un certo punto la Maraini dice:
“Chi ama veramente la scrittura prima di tutto è innamorato della lettura. Si crogiola nei libri, se ne innamora. E anche se scrive, non smetterà mai di riempirsi gli occhi e le mani di romanzi, perché sono il suo nutrimento preferito”.
Premesso che a mio giudizio uno può scrivere uno splendido libro senza aver mai letto niente di simile prima (pensa solo alle autobiografie o ai diari), e che la scrittura e la lettura sono due “attività” legate, ma disgiunte (per banalizzare si può dire che primariamente si scrive per comunicare e si legge per informarsi), mi metto anch’io tra quelli che amano sia leggere che scrivere.
Il mio rapporto con la lettura inizia da lontano e devo dire che nel mio caso si tratta di un fortissimo bisogno che viene anche prima della scrittura. Leggo da sempre, di tutto, e su qualsiasi argomento. E lo faccio praticamente tutto l’arco del tempo della mia giornata, nelle ore diurne nei panni di ricercatore e la sera (a volte la notte) nei panni di scrittore.
Spesso leggo anche quattro o cinque libri contemporaneamente, a volte alcuni li inizio e poi rimangono lì a guardarmi per giorni, mesi o anni sino a quando arriva il momento giusto per terminarli.
Leggo in ogni luogo, ma uno dei posti che preferisco è il treno.
Nella mia casa ci sono quasi più libri che molecole d’aria.
Nonostante, come ti dicevo, sono un lettore onnivoro, ovvio che ho le mie preferenze.
E allora eccotene qualcuna coltivata in questi lunghi (quasi) quarant’anni da lettore.
Le correnti : Letteratura russa fine ottocento e letteratura latinoamericana dagli anni sessanta in poi.
Tre libri che avrei voluto scrivere: Anna Karenina, Moby Dick e Cent’anni di solitudine.
La poesia che più bella che ho letto: “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo.
Personaggi che amo e che avrei voluto conoscere: il commissario Maigret e Philip Marlow.
E infine ecco la mia formazione tipo (3-4-3).
In porta: Simenon
In difesa: Conrdad, London, Hemingway.
A centrocampo: Tolstoj, Gogol, Bulgakov, Dostoevskij
In attacco: Garcia Marquez, Galeano e Neruda
Riserve (si fa per dire..): Verga, Sciascia, Calvino, Montale, Ungaretti, Quasimodo e Pasolini.
Direttore tecnico: Jean Paul Sartre
Allenatore: Osvaldo Soriano, ovviamente.
Quando ero piccolo c’era un gioco che si faceva a scuola tra bambini, a cui non sapevo mai cosa rispondere, e che aveva la finalità di presentarsi agli altri tramite l’uso di una metafora.
Ci si chiedeva: se fossi un film che film saresti? Se fossi una pianta che pianta saresti? E così via… Ora, che sono diventato adulto, potrei rispondere.
Alla domanda “se fossi un oggetto, che oggetto saresti?
Risponderei: “se fossi un oggetto, sarei un libro!”
“E che libro?”
“Il mio prossimo, quello che sto terminando di scrivere, naturalmente!”
Forse…
un caro saluto
e a presto
Paolo
DAVIDE TESSARI
Caro Paolo
Come dici giustamente tu, affinità di pensiero. Forse, aggiungerei io, anche una certa contiguità anagrafica ha il suo peso. Certo che è difficile trovarsi in disaccordo con quanto hai scritto, forse perché, come già scrivevo nella precedente mail, un substrato comune, anche piccolo, tra scrittori ci dev’essere per forza…
Credo si possa dire che si può essere lettori senza per forza esser scrittori
Ma dubito si possa essere scrittori senza essere lettori.
Non trovi?
Ricordo che in tarda adolescenza lessi una dichiarazione di Oriana Fallaci, che, a chi gli chiedeva come diventare autori, rispondeva, leggere, leggere e ancora leggere…
Io, per pavoneggiarmi un po’ coi nipotini che mi chiedono consigli, uso una metafora rockyggiante (passami l’orrendo neologismo): quando il vecchio allenatore fa un cazziatone a Rocky Balboa dicendo che “per fare un round di 3 minuti bisogna allenarsi 30.000 minuti!”. Ecco, io dico ai mie nipoti che per scrivere bene 300 pagine bisogna averne lette almeno trecentomila…
Chissà se è vero, poi.
Certo che, al di la dell’aver scritto più o meno bene qualcosa, la lettura è stata la mia compagna di viaggio sin dall’infanzia, una compagna deliziosa e totalizzante, amante, amica, sorella, moglie direbbero i consulenti matrimoniali se parlassimo di una donna (ma poi, quante volte è stato bello rifugiarsi nell’abbraccio di una pagina per sfuggire agli strilli di una lei…)
Nella mia casa, a differenza della tua, i libri scarseggiano: provengo da una famiglia operaia, che non mi ha mai fatto mancare niente, ma mi ha instillato un senso del risparmio omnicomprensivo. Non avendo mai visto nei libri degli oggetti “da possedere”, ma solo dei veicoli di “piacere”, ecco che mi sono trasformato in un topo di biblioteca, che prendeva, assaporava, assimilava e riportava indietro. Forse è anche per questo che non sono un patito delle sottolineature… (peccato, quanto mi servirebbe per poi poter rubare qualche frase a “colleghi” più bravi…).
Leggere tutto mi ha portato a non approfondire (o preferire) nulla in particolare.
Lamento una desolante carenza culturale nel settore “Classici e Affini”
La mia Campagna di Russia è finita così male che la ritirata delle truppe napoleoniche è stata una passeggiata al confronto…
La mia cultura poetica si è fermata tra l’ermo colle e il greco mar da cui vergine nacque Venere…
Perciò mi limito ad una formazione di basket, stile playground, senza riserve.
Una zona 1-3-1 come la faceva Dan Peterson ai bei tempi…
Con Aldo Busi pivot
De Andrè e Carver all’ala
Richler guardia alta
Woody Allen play
(…perché so già che un minuto dopo che avrò spedito la mail mi verranno in mente trenta altri nomi?…)
Avrei voluto scrivere tutti i libri che mi son piaciuti, e sono tanti, ma forse, se potessi scegliere, direi Vita Standard, di Busi.
Però ti dico una cosa: ho così tanto desiderato scrivere “quel “ mio primo romanzo, poter mettere su carta la storia che volevo raccontare, “quella” storia, che mi sento felice per questo. Se non l’avessi fatto, sarebbe stato quel mio primo ipotetico libro al primo posto dei miei pensieri.
p.s. Spero proprio di non essere il mio prossimo libro…attualmente è una così tale nebulosa di idee, che la mia compagna mi troverebbe (ancor più) insopportabile!!!
Grazie della bella corrispondenza
E… alla prossima!
Ciao
Davide