VinciRobin

Il concorso

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Vincitrice newsletter del 25 marzo 2016

 

“Nessuno può conoscermi…” così El Bolígrafo Boliviano scriveva sulla prima e candida pagina del suo diario. Era un diario molto strano a dire la verità, un giornale a volte, un libro di ricette altre; ricordo ancora per esempio, la ricetta che mi aveva consigliato per Natale: “Cane crudo” si intitolava. Ricordo molto bene la fine. C’era scritto: “Cuocere Q.B., -quanto basta” Piuttosto strano per un cane crudo, no? Un po’ macabro, certo, ma lui aveva un senso dell’umorismo noir. Secondo me da quando era diventato padre per errore. In sala parto, qualcuno aveva detto: “Lo chiameremo Argo” e così, dopo aver depositato sul comò una rosa per Lara, si era diretto verso la porta della stanza d’ospedale. “Ritorni?” gli aveva chiesto sua cognata. Stringendo irritato la luna tra le dita, quel piccolo amuleto che gli aveva regalato Francisca “Chiquinha” Gonzaga, rispose guardandola intensamente e con cipiglio irato: “Maria tante volte inesorabile il destino, inesplicabile il dio che non ti conviene svegliare la bestia che dorme ponendomi queste domande”. La madre, disperata, stringendo il piccolino tra le braccia, gridò: “Esca il britanno!”. Quanto detestava quell’appellativo! Lo faceva irritare ancora di più e lei lo sapeva. Ecco, ora la odiava addirittura, come un ateo odia L’Angelus. Ci si metteva pure il suocero che con accento marcato cercava di ingraziarselo: posandogli una mano rugosa sulla spalla, biascicava: “Non ascoltarla, quella è femmina”. Ulteriormente stizzito El Bolígrafo pensò: “Ecco qui, bravo asino: la vittoria dei perdenti”. Quel cerchio di parenti era un po’ come il ring degli angeli: buoni certo, ma ignoranti e stolti. Uscì fuori finalmente cullato dal delizioso vento d’autunno; il malessere era tutto nel cuore ma c’erano almeno dieci piccole cose per occhi attenti che facevano intuire quanto stesse male. Una di queste era la commessura dell’occhio che si deformava e pareva chiudersi come il compasso di Donne e le sue ciglia si separavano creando dei pioli perfetti come la scala d’oro delle favole. Già, Le favole! Avesse potuto cambiarle tutte avrebbe di certo iniziato così: “Non c’era una volta la donna”, per tutti i guai che gli avevano procurato le donne. Dopo aver fumato il suo sigaro cubano, decise di sognare un po’ l’America e prenotò una poltrona per andare a vedere, in beata solitudine, La Casa Bianca al cinema.

La presentatrice, la gettonata Pilar, si sistemò la camicetta e si ravvivò i capelli prima che il cameraman facesse il segnale convenuto dell’avvio della diretta. Lei sfoderò un perfetto sorriso di plastica, e con la voce melliflua delle scimmie dagli occhi di burro, intonò la solita litania: “Care telespettatrici e telespettatori, bentornati a ‘The path taken…“to light up” the world’, la nostra trasmissione di approfondimento sulle vite dei personaggi famosi. Qua accanto a me siede El Bolígrafo Boliviano, noto scrittore autore di molti best seller che lo hanno consacrato definitivamente per il suo stile tagliente all’albergo delle 5 stelle”. Su questa infelice affermazione, che lei probabilmente riteneva brillante, la telecamera indugiò sulla presentatrice che allargò il suo sorriso da Barbie inscatolata. L’ospite non riuscì a trattenere un’espressione sconvolta, a metà tra lo scandalo e la meraviglia ma per fortuna lo staff tecnico, che sapeva fare il suo mestiere, non regalò questa chicca all’esercito di telespettatori. L’audience sarebbe di certo calata e allora si sarebbero miseramente giocati i loro barcollanti destini.
“Se dovessi narrare la mia esistenza – esordì lui, anticipando completamente i tempi e non aspettando nemmeno la prima domanda – non esiterei a riportare con certezza una cosa sola: ho iniziato la mia carriera come teste di storia e l’ho finita a fare lo scrittore di romanzi rosa”.
Per la presentatrice fu uno choc perché pensava che lui si occupasse di ben altro. Ricordava ad esempio di aver letto nel suo taccuino dei titoli come “Il labirinto del delitto” o “I fiori rubati”. Dei gialli insomma, non certo la favola del mercante Docibile e della principessa siriana. El Bolígrafo Boliviano capì di aver fatto centro ancora. Provava un dilettevole gustoso piacere a sconvolgere le presentatrici stupide. Dopotutto queste erano le insidie celesti, i capricci delle star di ogni tipo.
Lei intanto non riusciva a riprendersi. Sembrava che avesse appena visto passare Babbo Natale; il suo viso trasfigurato, non più così bello e lineare sembrava richiamare in un Picasso dei nostri tempi, la elle del cavallo. Dentro la sua umile testa sentiva un chiasso terribile, come di rombi e altri rombi della rosa dei venti che si infrangevano scatenati e irascibili. Lui si gustò il suo trionfo e se la immaginò precipitare da le stanze di Vermeer così luminose ed accoglienti, ad umili tuguri di impopolarità. Con un’altra entrata ad effetto, prima che dalla redazione in subbuglio giungesse l’ordine di inviare la pubblicità, lui aggiunse con un sorriso smagliante: “Non si disperi Pilar, dopotutto ogni giorno è quel giorno in cui perdiamo tutto”. Per fortuna lo stacco pubblicitario irruppe in tutti gli schermi, salvando Pilar dall’ulteriore umiliazione. Ma in quel momento lei seppe che era diventata Pilar degli Invisibili.