VinciRobin

Il concorso

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Vincitrice newsletter del 22 dicembre 2017

 

Jazz quantistico

Ebbene questa volta ragazzi, voglio raccontarvi una storia Jazz!

Correva l’anno 1928, un Medioevo (quasi) inconsueto a New Orleans. Vi dimorava gente di tutte le nazionalità ed era facilissimo imbattersi in nomi dolci come Vanilla Scent o impronunciabili come Riesenwurm.
In questa città, dove il Mississippi tutto inondava d’ombra e sabbia fluviale, i popoli del mondo disponevano di una sola lingua per comunicare tra loro, il Jazz. Altro che internet e google traslate; non c’era tempo come oggi per farsi domande idiote come “C’è vita su Google Maps?”.
La vita, a quei tempi, era fatta di un’altra sostanza.
Non era difficile, dunque, entrare a Villa Sofia, un bar nato dalle fantasie italiane di un fortunato emigrato, e trovarsi in caduta libera tra le note di una jam session accampata da un trio indemoniato che adorava farsi riconoscere come i “Figli dell’Angelo Nero”. Li vedevi su quel palco di tavole umide e, come chi di spada ferisce, sax e tromba si fronteggiavano ai due poli opposti; erano il drago e l’angelo che si schioppettavano in faccia note arroventate, mentre al centro, in mancanza di Solovi, il contrabbasso faceva scintille nelle mani di Bud, che lui pure non scherzava.
Eh sì, erano bei tempi quelli. Locali fumosi, ottima musica e graziose irlandesi, pallide come le donne di Hopper, favorivano l’ebbrezza, la follia ed a volte persino un omicidio banale. No, non c’era spazio per il sangue freddo e l’introduzione alla Kabala non era mai andata in ristampa.
Tutto era concesso! Amici miei, lì stava nascendo un nuovo mondo, il mondo Jazz, sicché il contabile delle anime era un giudice benevolo, le cui condanne sapevano di rimbrotto amichevole: non so nulla di te, fila via, torna a suonare. E suonava questa tribù di stranieri in cerca di fortuna, che non aveva tempo di soffrire per i rapporti interrotti con le patrie natie.
Per conto mio, cari signori ed amici miei, ritengo che questa sia una storia ancora attuale, che merita d’essere raccontata.
Il Jazz merita d’essere raccontato, perché è come la vita di ciascuno di noi: il Jazz non aspetta il colpo di genio, perché questo vuol dire improvvisare, questo vuol dire andare avanti, perché questo è vivere.