VinciRobin

Il concorso

A chi manderà il racconto breve (max 20 righe) contenente al suo interno tutti i titoli dei libri annunciati nella nostra newsletter, e che risulterà essere il preferito dalla redazione, invieremo una copia di ognuno dei suddetti libri (tutte le spese sono a nostro carico).

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Vincitore Ottobre 2005

 

Monica Caira

Mio cugino Giorgio

Ero davvero stanca di sentire tutti parlare di Giorgio come di “mio cugino il fascista”. L’ipocrisia non aveva limiti! Non osavano definirlo “il pazzo” per timore di apparire poco comprensivi nei confronti di una malattia cui davano un’accezione negativa solo le persone di basso livello culturale, ma utilizzavano tutto il disprezzo che sentivano represso dentro di sé pronunciando quella frase. Che la mente di mio cugino fosse offuscata non vi erano dubbi. Facevo del tutto per andare a trovarlo almeno una volta la settimana nel braccio isolato dell’Istituto noto come “il decimo corridoio”, dove anime in pena in canditi camici, come una marea bianca uscita dalla penna di Dante, si aggiravano senza meta nelle grandi stanze che si affacciavano sul budello che percorrevo trattenendo il fiato. A volte anch’io tenevo a stento a freno la rabbia al suo incessante cantilenare: “Togliatti deve morire” che gli avevano fatto guadagnare quel soprannome e mi facevo forza cercando di dare il maggior peso possibile al l’altra campana, quella dei medici, che continuavano a sostenere che Giorgio stesse migliorando di giorno in giorno. Solo nel corso dell’ultima visita ho sospettato che ci stesse prendendo tutti in giro, forse davvero non era così fuori di sé come si sforzava di far credere. Mi tornò in mente come da piccolo preferisse la favola di Pinocchio a tutte le altre. “Non il grillo, ma il gatto è il mio personaggio preferito”. Mi aveva sempre lasciata perplessa quella scelta. Non si sentiva attratto dalla saggezza manifestata all’esterno, ma dall’appartenere al gruppo dei furbi senza essere la volpe, cioè il soggetto trainante, non voleva dover organizzare, desiderava accodarsi, era comunque essenziale liberarsi del l’odore della preda, del vinto, del soccombente che per lui era insopportabile. Quel giorno lo trovai con una copia de “Il caso del doppio Beatle” tra le mani, alzò il viso, mi guardò e disse: “se è davvero un sosia è un genio”. Ho appena finito di leggere quel libro, un brivido mi ha percorso la schiena.