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Il concorso

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Vincitore Febbraio 2007

 

Valentina Viviani

Caotico autunno

“Petros Pani” si presentò l’architetto porgendogli la mano. Marè intuì che doveva essere nato da qualche parte in Grecia. Tirò a indovinare “Atene?” “Leopolis” sorrise l’architetto. E passò poi a illustrargli le modifiche – “intuizioni in armonia con il contesto” le chiamava lui – che stava apportando al suo appartamento. La moglie si era piazzata davanti alla porta del soggiorno. Man mano che Pani parlava, i due uomini la stavano raggiungendo. Marè sbirciò oltre la spalla di sua moglie. Da Julianne in poi la sua casa sembrava un campo di battaglia senza la seppur minima parvenza di logica. “Vede, vede qui – cercava di coinvolgerlo l’architetto – su questa parete creeremo un effetto stoffa batik sui toni del grigio e del giallo a partire dal centro. Guardi, guardi qui (Marè sbirciò la pagina di una rivista) ‘Luna a mezzogiorno’ si chiama”.
In quel momento si palesò la certezza del dubbio sulle capacità del libero professionista prezzolato. E si ritrovò a pensare: “Gli architetti…dovrebbero ammazzarli da piccoli”. Si, perché il “tema” dell’appartamento, quello che doveva essere “L’india tra passato e futuro” a lui faceva venire in mente piuttosto un requiem caraibico: giallo ananas, arancione aragosta, verde macondo e fregi dorati stonavano con la desolazione delle impalcature, del nailon sopra i pavimenti, dell’odore dei solventi e degli attrezzi posati dappertutto.
L’unica stanza che non fosse sottosopra a causa dei lavori era la stanza di suo figlio. Corradino e l’infernale jet set dei giocattoli, supereroi, robot e macchine ultrasoniche rappresentavano quasi un’isola di stabilità, immoti nel loro abituale caos primordiale.
Lo studio era irriconoscibile. Un telone di plastica mal agganciato lasciava intravedere la costa di un romanzo: “Il battello rubato”.
Quando parlò di denaro con l’architetto Pani, a Marè per poco non gli pigliò un colpo. Ma si trattenne, pensando che tanti soldi li avrebbe potuti mettere insieme solo rubandoli. E pensando all’ironia del suo possibile delitto alla banca Nazionale del credito rimandò la discussione con l’architetto. “E’ ora che torni iin ufficio” si accomiatò. Scendendo le scale, a Gennaro ritornò in mente il diario del nonno fascista di sua moglie. Chissà dov’era finito. Sua suocera probabilmente l’aveva gettato poco dopo la sua morte. A ritrovarlo, forse adesso avrebbe avuto un qualche valore.
Uscito in strada, al suo saluto condito da una scettica occhiata al cielo plumbeo, il portiere rispose “E’ novembre, commissario Marè”.