
Il viaggio è sempre stato frequentato da grandi scrittori. I più illuminati hanno saputo trasformare la sua essenza in parole che oltrepassano la forma di semplice reportage e ne fanno un percorso denso di suggestioni più profonde. Questa rubrica offre minuscoli assaggi di itinerari compiuti da autori notissimi, a formare idealmente un tracciato che “unendo i puntini” sappia creare nuovi luoghi ubicati, talvolta, nella nostra fantasia.
di Lilli Monfregola
Pensando al viaggio in genere lo si immagina come un tratto di strada che va da A a B da percorrere in un determinato periodo di tempo possibilmente con la mente sgombra e con un po’ di denaro in tasca.
Ma quanto si sa sul mezzo con cui si intraprende un viaggio?
Eppure le citazioni letterarie su questo o quel mezzo sono numerose: dalle semplici suole della beat generation (Visioni d’America: “Tutti che fanno l’autostop/ tutti che viaggiano sulla ferrovia/tutti che tornano indietro in America/attraverso i confini messicani e canadesi…” incipit del Viaggiatore solitario di Jack Kerouac, Arcana editrice); alle tomaie della sanguigna prosa di Emanuel Carnevali, giovane poet maudit italiano emigrato in America nei primi anni del ‘900 (“A quel tempo mio fratello doveva rimanere nella stanza, mentre io ero fuori in cerca di lavoro, perché avevamo un solo paio di scarpe” estratto da Il primo dio, Adelphi, pag. 76) o a quelle sbrindellate, quasi compassionevoli, del vagabondo descritto da Jack London ne La strada; dalle navi di Stevenson, di Kipling o di Conrad i cui viaggiatori e marinai avevano visi diversi a seconda di ciò che il loro sguardo perlustrava all’orizzonte: l’avventura pura per i primi due e una sottile, strisciante inquietudine del secondo che cancella persino le tracce del viaggio stesso (da La follia di Almayer, di Conrad: “Ora che era andata via, il suo compito era di dimenticare, e aveva la strana sensazione che questo si dovesse fare sistematicamente e con ordine… si inginocchiò, e, strisciando sulla sabbia, cancellò accuratamente ogni traccia dei passi di Nina. Raccolse piccoli mucchi di sabbia, lasciandosi dietro una fila di tombe in miniatura che scendevano fino all’acqua”, Garzanti, pag. 180); alla Bentley di Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsby, o alla BMW in Pulp di Bukowski, veicoli ostentati come status quo, nel primo, ironici nel secondo; e ancora i camioncini e i trattori di Steinbeck in Furore…
A ben vedere, sono pochi i romanzi europei in cui si evidenzia così decisamente il mezzo, attraverso cui il tema del viaggio viene affrontato, il veicolo prescelto piuttosto è la prosa stessa, o il ricordo o la rabbia o il viaggio fine a se stesso: ad esempio, Rimbaud e Le bateau ivre, o Celine e il suo Viaggio al termine della notte.
È la fucina della letteratura americana che ci regala autobus, easy rider cinematografici, thunder bird, e Ford squassate: vuoi le grande distanze, vuoi l’american dream…
E tutto questo per giungere a destinazione: ossia da Steinbeck e il suo Furore. Libro che rivaluta il valore del romanzo in quanto sacro equilibrio tra storia, talento narrativo e messaggio da dare al lettore; tra la realtà vissuta e quella raccontata, quella che l’autore moderno cerca disperatamente e che non trova in un mondo plastificato come quello attuale e quella che è solo artificio letterario.
Steinbeck (premio Nobel nel ‘62) e i racconti degli americani degli anni trenta ci danno esattamente questo: il puro gusto della parola narrata. Forse risentivano alla loro maniera di un tardivo naturalismo francese ma l’esperimento in quelle terre sconfinate diede incantevoli risultati. L’intreccio tra parole astratte e parole desunte dalla realtà è così indissolubile che nessuno ne potrebbe svelare il mistero se non lasciandosi andare alla lettura del brano che segue (simbolica summa di tutta la storia del libro) in cui si mescolano cose dette e non dette, il lento incedere delle cose e il nuovo che avanza, l’incontro tra l’ordine pacato della natura e l’arroganza dei pneumatici sulla striscia d’asfalto, e infine la cruda, sottile considerazione, come un Esopo d’oltreoceano, che il vero viaggio non finisce e che non sempre la meta è quella sognata:
“La strada asfaltata correva in rialzo sulla campagna brulla ed era fiancheggiata, ai margini, da due tappeti di erbaccia secca aggrovigliata, ricca di barbe che s’appigliano al pelo dei cani, di aculei che s’aggrovigliano ai pasturali dei cavalli, di rafii rovi roncigli che s’appiccano alla lana delle epeire: tutta una vita in letargo che attendeva di dispiegarsi all’intorno, ciascun seme fornito dei vari dispositivi di diffusione: dardi elicoidali e paracadute, piccoli rovi e pallottoline irte di minuscoli aculei, tutti in attesa di animali o del vento, di pantaloni maschili o di gonne femminili, passivi tutti, ma ben dotati dei mezzi d’attacco, inerti, ma potenzialmente attivi.
Il sole a picco scaldava l’erbaccia, e nel fitto del groviglio brulicavano gli insetti: formiche e formichieri che tendevano trappole contro di esse, grilli che schizzavano per l’aria e lasciavano intravedere per un istante le gialle alette; onisci, simili a piccoli armadilli: tutti in moto, agitatissimi, solerti su esili zampette innumerevoli. E sul tappeto d’erba al margine della strada faticosamente procedeva una tartaruga, la testa voltata di lato in cerca di niente, trascinando l’alto guscio a cupola. Con i coriacei arti unghiati di giallo zampettava pigra per l’erba, non proprio con marcia regolare, ma a fatica trascinandosi col suo guscio sul quale steli d’avena e riccioli d’erba scivolavano e rotolavano per terra. Teneva parzialmente aperto il corneo grifo, e sotto le palpebre simili ad unghie umane i suoi occhietti ironici e feroci guardavano fissi innanzi. Avanzando lasciava dietro di sé una striscia di erba calpestata. D’un tratto si trovò ai piedi d’una montagna, c’era l’argine della strada. per un attimo si fermò, allungò il collo più che poté, alzò la testa, sbatté le palpebre, guardò in tutte le direzioni, e alfine decise di scalare l’argine. Protese in aria le zampe anteriori,ma senza toccarlo, mentre le posteriori badavano a sospingere la cupola d’un altro centimetro. Man mano che l’erta si faceva più ripida, gli sforzi della tartaruga diventavano sempre più frenetici. Gli arti posteriori puntavano, spingevano, scivolavano e la cornea testa sporgeva fin dove le consentiva la massima lunghezza del collo. A poco a poco la cupola ascese fino a raggiungere un ripiano sul quale s’elevava a picco, tagliandole la strada, un muraglione di calcestruzzo, alto dieci centimetri, c’era il gradino della massicciata. Quasi che lavorassero autonomamente, le zampe posteriori spinsero la cupola fin dentro il bastione. Allora la testa si rizzò verticale, e gli occhi ispezionarono la vasta e liscia distesa di cemento; le zampe anteriori si posarono come mani sullo spigolo del muro, fecero un ultimo sforzo immane, e con incredibile lentezza la cupola salì fino a raggiungere con la parte anteriore la sommità del muricciolo. Per un istante la tartaruga rimase immobile. Una formica rossa s’insinuò sotto il guscio e prese a solleticare la pelle nei punti più sensibili: istantaneamente testa e gambe si rannicchiarono e la coda squamosa otturò ogni altra apertura. La formica rossa rimase stritolata tra il corpo e le zampe. Un gambo d’avena selvatica rimase impigliato tra il guscio e una delle zampe anteriori. Per un lungo istante la tartaruga rimase inerte, poi il collo emerse di nuovo e gli occhietti accigliati e ironici da vecchia ripresero a guardare d’intorno, le zampe e la coda spuntarono fuori. Le zampe posteriori si rimisero al lavoro, puntando come zampe d’elefante, e la cupola risultò inclinata in modo che le anteriori non arrivavano a far presa sulla distesa di cemento. Ma le posteriori proseguirono instancabili sullo sforzo finché la cupola raggiunse il punto d’equilibrio e cominciò ad inclinarsi in avanti, e le zampe anteriori graffiarono d’asfalto e vi si posarono. Ma il gambo d’avena continuava a rimanere impigliato tra le zampe anteriori.
Ora l’avanzata era facile, e le quattro zampe si misero alacremente al lavoro, e la cupola procedeva ch’era un piacere, ondeggiando attraverso la strada. una vettura guidata da una quarantene sopraggiunse. La donna vide la tartaruga e la scansò sulla destra, ma le ruote diedero uno strillo, e due si esse, le posteriori, si staccarono dal suolo per un secondo e ricaddero pesantemente sollevando una nuvola di polvere; poi la vettura riprese la marcia ma più lentamente. La tartaruga si era rintanata nel momento del pericolo, ma ora s’affrettò a traversare la strada, perché l’asfalto scottava.
Ed ecco arrivare un camioncino. Il conducente vide la tartaruga, e sterzò apposta per schiacciarla. Il pneumatico la sfiorò e la fece rotolare, come un piatto sul suo orlo, come una monetina, fin sul pendio estremo dell’argine opposto. Il camioncino proseguì la sua corsa sul lato destro della strada. immobile sul dorso, la tartaruga rimase a lungo rannicchiata nel suo guscio. Finalmente le zampette presero ad agitarsi in aria come in cerca di qualche sostegno cui aggrapparsi. Una delle zampe anteriori trovò una pietruzza e a poco a poco la cupola si raddrizzò e tornò verticale. Il gambo d’avena scivolò via e tre semi caddero a terra, la tartaruga riprese a trascinarsi per l’argine, rimorchiando la sua cupola al di sopra dei semi caduti. Raggiunse un sentiero polveroso, ove avanzò a scatti, tracciando nella polvere, col guscio, un leggero solco ondeggiante. Gli ironici occhietti da vecchia si guardarono attorno, e il corneo grifo si aprì un poco, e le unghie gialle s’insinuarono leggermente nella polvere.”