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Il viaggio è sempre stato frequentato da grandi scrittori. I più illuminati hanno saputo trasformare la sua essenza in parole che oltrepassano la forma di semplice reportage e ne fanno un percorso denso di suggestioni più profonde. Questa rubrica offre minuscoli assaggi di itinerari compiuti da autori notissimi, a formare idealmente un tracciato che “unendo i puntini” sappia creare nuovi luoghi ubicati, talvolta, nella nostra fantasia.


Il fascino di Atacama

di Paolo Mattana

Quando nell’agosto del 1996 arrivai a Santiago del Cile, ebbi una stranissima sensazione. Quella di essere già stato in passato in quei luoghi, di aver parlato da sempre con quella gente e di aver riconosciuto immediatamente quei colori e quegli odori. Nulla di strano, se non fosse che prima di allora non ero mai stato in Sudamerica.
La verità è che probabilmente ognuno di noi nasce in un posto, in una città o in un Paese, solo per caso. Il viaggio ti permette di andare in cerca del tuo vero luogo di origine o di scoprire quella parte di te che spesso rimane nascosta sotto abiti, culture e abitudini che spesso non ti appartengono. O forse semplicemente, ci sono viaggi e luoghi che ti restano attaccati addosso come una ferita che non rimarginerà più. Certamente, ci sono persone e paesaggi che ti rimangono nell’anima per tutta la vita.

Succede la stessa cosa anche con la letteratura. Attraverso le pagine di un romanzo o di un racconto, viaggiamo alla ricerca di noi stessi, attraverso personaggi, storie e luoghi, solo apparentemente lontani da noi per latitudine o tempo. Poco importa se ciò che stiamo leggendo è poi realmente accaduto o è solo frutto di fantasia o della bravura di uno scrittore. La realtà è che ci appassioniamo spesso, a tal punto di vivere quelle storie che leggiamo come fossero le nostre. O più semplicemente, alla fine di un libro che ci è piaciuto, abbiamo la stessa sensazione di quando dobbiamo partire alla fine di una splendida vacanza per ritornare a casa.

Se non fosse così, Macondo, sarebbe rimasto solo uno dei tanti villaggi inventati dalla fantasia di uno scrittore e non il luogo mitico che è diventato nell’immaginario collettivo e che simboleggia a tutt’oggi molto più di quello che intendeva lo stesso Garcia Marquez quando lo descrisse in Cent’anni di Solitudine (Mondadori):

“ ..Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito…”

Come Macondo, ma reale, c’è un luogo in Sudamerica, che ho letto e visitato e che fa oramai parte di me. È il Deserto di Atacama. Un’altopiano, secco ed arido, ad oltre tremila metri di quota sopra il livello del mare, che si estende sotto lo sguardo vigile dei quasi seimila metri del Vulcano Licancabur sino alla Cordigliera Andina ai confini con Bolivia ed Argentina, Nord Grande del Cile, a cavallo del tropico del Capricorno.
Un territorio, vasto ed aspro, quasi per nulla abitato e che rappresenta una vera e propria terra di frontiera, proprio come l’altra meta, se vogliamo più nota e più “letteraria” del Cile, che è la Patagonia (basti pensare a Bruce Chatwin con In Patagonia, Adelphi o a Francisco Coloane con Capo Horn o Terra del Fuoco, Guanda, tanto per citarne solo un paio).

Anche se il deserto di Atacama non è geograficamente una terra “alla fine del mondo”, come la Patagonia, questi due territori hanno in comune almeno due aspetti, il primo è quello di essere terre assolutamente inospitali per l’uomo e il secondo, di conseguenza, è quello di essere praticamente desertiche e quasi inabitate. Va da sé, che bastano questi due fattori, per rendere tali luoghi assolutamente “mitici” e simbolici. Un luogo dove puoi perderti o ritrovarti. Un luogo che è esso stesso, per sua natura, meta e viaggio contemporaneamente. Non c’è da stupirsi quindi, se questo pezzo di mondo australe è stato da tempo meta di “viaggi letterari” spesso immediatamente suggestivi di forti emozioni reali ed evocative.
Citando solo autori cileni, mi vengono in mente poesie, canzoni, racconti e romanzi. In passato ne hanno scritto poeti di prima grandezza come Violeta Parra (Arriba quemando el Sol, Run Run se fue pal Norte) o Victor Jara (El Pimento), i due premi nobel come Pablo Neruda (in “Canto General”) e Gabriela Mistral (“in Poema de Chile”), e per tornare ai giorni nostri, tanto per citarne qualcuno, penso ad Ariel Dorfman (in “Memorie del deserto. Viaggio attraverso il Cile del Nord”, Feltrinelli) o Roberto Ampuero, dove ne “Il Tedesco di Atacama” (Garzanti) porta il suo detective Cayetano Brulé ad indagare proprio a San Pedro de Atacama, la capitale geografica e culturale di quella regione.

A condurvi in questo breve viaggio ad Atacama, un luogo dove pascolano lama e volteggia il condor, ricco di storia di miniere di rame e salnitro, pieno di silenzi e di immensi spazi limpidi e vuoti sospesi tra terra e cielo, ho scelto due piccoli brani di altrettanti scrittori Cileni.

Il primo è l’incipit di “Da I treni vanno in purgatorio” (Guanda), di Hernan Rivera Letelier, dove lo scrittore – minatore cileno, nato a Talca nel 1950, (già autore di altri tre romanzi ambientati ad Atacama, come “La regina cantava Rancheras”, “Fata Morgana d’amore” o “Santa Maria dei fiori neri”, tutti pubblicati da Guanda) ci porta in treno sul Longitudinal Norte attraverso la pampa desertica, con i suoi personaggi, in un viaggio che è metafora di vita e di morte.

“La locomotiva avanza fumante, ferrea, fragorosa attraverso il deserto più triste del mondo. Sasso dopo sasso, collina dopo collina, gola dopo gola, sbuffando come una mula assetata, avanza nera la locomotiva (solo la grande campana di bronzo splende sonnambula sotto il sole del mezzogiorno). Le carrozze polverose nel frattempo sferragliano una dura litania interminabile chiedendo che il calore non scoraggi la locomotiva, che i miraggi azzurrini in cui annegano le rotaie d’acciaio in lontananza non la ingannino con le loro lagune illusorie e , morta di sete, non si fermi come un animale schiattato nel bel mezzo di queste infinite distese desolate in cui, al suo passaggio, nessuna mucca lenta gira la testa per guardarla, nessun contadino raddrizza la schiena da angelo sottomesso per farle un cenno di saluto e l’olio di nessuna pioggia ineffabile unge il tormento della sua spina dorsale di ferro.
Lorenzo Anabalon, il fisarmonicista, appoggiato alla custodia del suo strumento, riconosce con nostalgia le amare lande nude. È il mezzogiorno della seconda giornata di viaggio e, mentre il treno scala un’interminabile collina di sabbia, il suo viso terroso tradisce già il cedimento della stanchezza. Il fazzoletto di seta che ha legato intorno al collo è tutto avvizzito a causa del sudore e dell’untuosità della pelle.
“Più avanti non si vedranno più neanche i cactus” dice la chiromante.
Picchiettando distrattamente con le nocche sulla fisarmonica rossa, Lorenzo Anabalon annuisce continuando a guardare fuori dal finestrino. I pali del telegrafo, correndo intermittenti all’indietro, gli tagliano simmetricamente il paesaggio ed i ricordi.
“Perché in quelle distese spelacchiate non cresce neppure la zizzania” insiste la chiromante…”

Il secondo brano è tratto dal racconto “Le Rose di Atacama” (Guanda), tratto dall’omonimo libro, in cui il suo autore, Luis Sepulveda, forse lo scrittore Cileno contemporaneo più noto in Italia, viaggia con la memoria in quei luoghi per ricordare l’incontro avvenuto in passato con un suo amico ucciso dai militari di Pinochet, all’indomani del colpo di stato del 1973. Qui Atacama, diventa allo stesso tempo ricordo ed evocazione, realtà e simbolo, grazie a quell’evento raro ed unico, che è la fioritura dei “minuscoli fiori color sangue “ che nascono e muoiono nel giro di poche ore una volta l’anno, nel deserto più arido del mondo.

“Alle dieci del mattino il deserto di Atacama si mostrava in tutto il suo spietato splendore, ed io capii definitivamente perché la pelle dei suoi abitanti appare vecchia prima del tempo, segnata dal sole e dai venti imprigionati di salnitro.
Visitammo villaggi fantasma dalle case perfettamente conservate, le stanze in bell’ordine con tavoli e sedie che sembravano aspettare i commensali, e poi teatri operai, sedi sindacali bramose di rivendicazioni, e scuole con le loro lavagne nere pronte per scrivervi la lezione che avrebbe spiegato la morte improvvisa degli impianti di sfruttamento del salnitro.
“Da qui è passato Buenaventura Durruti. Ha dormito in questa casa. Ha parlato della libera associazione degli operai” spiegava Fredy illustrando la propria storia.
Al tramonto ci fermammo in un cimitero con le tombe ornate da rinsecchiti fiori di carta e io pensai che fossero le famose rose di Atacama. Sulle croci erano incisi cognomi spagnoli, aymara, polacchi, italiani, russi, inglesi, cinesi, serbi, croati, baschi, asturiani, ebrei, uniti dalla solitudine della morte e del freddo che piomba sul deserto non appena il sole si inabissa nel Pacifico.
Fredy annotava dati sul quaderno o controllava l’esattezza di vecchi appunti.
Stendemmo i sacchi a pelo vicinissimo al cimitero e ci mettemmo a fumare e ad ascoltare il silenzio: il mormorio tellurico di milioni di sassi che, riscaldati dal sole, si schiantano all’infinito per il violento sbalzo di temperatura. Ricordo che mi addormentai stanco di osservare le migliaia e migliaia di stelle che illuminano la notte del deserto, e all’alba del 31 marzo il mio amico mi scosse per svegliarmi.
I sacchi a pelo erano fradici. Gli chiesi se aveva piovuto e Fredy rispose di sì, che aveva piovuto come quasi ogni 31 marzo nell’Atacama. Quando mi tirai su, vidi che il deserto era rosso, intensamente rosso, coperto di minuscoli fiori color sangue.
“Eccole. Sono le rose del deserto, le rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta l’anno. A mezzogiorno il sole le avrà già calcinate” spiegò Fredy annotando dati sul quaderno…