Rubriche  »  Il gioco dell’editore

Cuori Cotti & Cosce Al Sangue

ovvero Manuale Misogino di Cucina Cannibale

di Massimo Mongai

puntata 1

 

Sono le donne che fanno gli uomini.
Ecco perché le cose vanno tanto male.
Anonimo

 

Hors-d’oeuvre

Coltello
Roncola
Alessia

Entree

Cuore di Mamma

Plat de Resistance

Stufato di Testimoni di Geova
Trippa di Fiorentino alla Toscana
Costata di Coatto di Borgata
Tournedos di Marocchino Al Burro
Tettine di “demi-vierge” alla Brace
Piergiorgio Coddia, al Rosmarino, Intero al Forno (o “su carraxu”)
Braciole Scottadito di Bambino Fastidioso
Piedini di Porca alla Vaccinara
Meticcia Cinese In Salsa Agrodolce Di Albicocche
Braciole di Culo di pietra
Stracotto di Puttana
Spiedino di Viado
Tre Monoteismi Pacificati in Salsa Brodettata
Pancetta di Tedesca con Crauti
Pot Pourri
La Crisi

Dessert

Epilogo 1
Epilogo 2
Epilogo 3

 

Hors-d’oeuvre

Coltello

Immaginate un primo piano di due mani che con un “ferrino”, la lima circolare da macellaio, ed un coltello stanno lavorando in sintonia: entrambe le mani si muovono velocemente, l’una verso l’altra, avanti ed indietro, alternando il lato del coltello su cui passa il ferrino; il ferrino viene usato professionalmente per fare il filo al coltello, che è interamente di acciaio, manico compreso.
Concentratevi sul coltello ormai affilatissimo, vi prego. E’ un pezzo eccezionale. Si tratta di un coltello giapponese, di un acciaio speciale, al tempo stesso ultraresistente e leggero.
La perversione sessuale ed alimentare dei giapponesi li spinge a creare coltelli speciali, ad esempio dei raffinati coltelli di ceramica, bianchi, stampati in un pezzo unico, estremamente taglienti ma al tempo stesso delicati come sospiri di bambino, si rompono a guardarli, anche se tagliano come la lingua di un omosessuale giovane ed insoddisfatto.

Divago.
Torniamo al coltello.
Il manico è zigrinato, fatto di piccoli solchi incrociantisi in diagonale, che creano piccolissimi e fitti rombi , che sono molto eleganti da vedere ma anche un’ottima base per dare saldezza alla presa della mano, anche nel caso di mani umide, o unte, come spesso accade in cucina.
La forma è quella lanceolata di certe foglie di salici o di agavi, solo un po’ più grandi, insomma una forma lunga e sottile.
Dalla fine del manico alla punta affilatissima e mortale della lama il coltello è lungo circa 45 centimetri, anche se data la rastrematura finale non sembra.
La lama è larga nel suo punto massimo meno di quattro centimetri. Ne deriva, me lo concederete, una piccola spada, un kriss ben educato e per questo dritto come un fuso, a cui, fra l’ altro, la forma del coltello vagamente allude.

Il ferrino invece è il solito ferrino, la solita lima ottusa, tonda, spuntata, tronca, utile, indispensabile perfino, ma ciò nonostante brutta, irrimediabilmente brutta, brutta senza speranza.

Se proprio volete accoppiare a questa visione una colonna sonora immaginatevi una colonna sonora un po’ retrò, fatta di musica “solo piano”, jazz freddo anni cinquanta. E immaginate la mia voce che vi sta dicendo quello che vi sto dicendo io ora, quello che vi ho detto finora, quello che vi dirò.

Ad esempio che io amo le donne, le amo moltissimo, ecco perché le odio. Se non le amassi non potrei odiarle. Se mi fossero indifferenti, non avrei problemi: le loro eterne ed eternamente smentite promesse, promesse di eternità, di piacere, di estasi, di sensazioni sublimi e volgari, le loro parole, i loro discorsi, loro stesse mi sembrerebbero buffe, come buffi mi sembrano i corteggiamenti, che so, dei pavoni, dei chiuahua o dei colibrì.
Se fossi omosessuale, potrei trovarle simpatiche, interessanti, papabili per una amicizia; o tutto il contrario di ciò; ma, non desiderandole, non desiderandone i corpi, non potrei veramente amarle, quindi, potendo evitare la delusione, potrei non odiarle.
Perché le donne deludono, non c’è niente da fare. Promettono troppo, è questo il problema, poi non possono mantenere e deludono.
Per me, per tutti quelli come me, vedere una donna, più o meno giovane e bella, e desiderarla è tutt’uno. Così come sono, le amo, e dato che le amo, dopo, dopo l’inevitabile delusione, nella sofferenza, nel dolore, non posso non odiarle.

Continuate a visualizzare le mani che affilano il coltello. Vanno sempre più veloci, metodiche e regolari. Ora immaginate di vederne solo una, sempre in primo piano, ma al rallentatore, in un rallentì estremamente preciso di quelli fatti di moltissimi fotogrammi che riescono a rendere la lentezza del movimento come niente riesce a fare.
Una fluida e lenta onda d’olio.
Ecco ora la lentezza aumenta, diventa stasi perché le mani si sono fermate.
E la mano sinistra, quella che impugna il coltello, con agilità lo gira su se stessa, imperniando l’elsa sull’indice, alzando il medio a catturare la lama in verticale, rigirandolo di nuovo e impugnandolo infine saldamente per il manico, con la lama rivolta verso il basso.
Ed infine la mano pianta il coltello verticalmente sul tagliere sottostante. Poi sempre con una estrema lentezza, lo lascia, e la lama vibra lentamente, provocando piccoli riflessi di luce.

Roncola

L’alba si faceva strada fra le cime dei lecci e delle querce, con una luce violetta che diventava presto rosea, proveniente dalla parte dell’interno dell’isola.
Beniamino alzo’ gli occhi appena vide i primi segni dei colori. Amava lavorare di notte alla luce della Luna, soprattutto d’estate. Raccogliere fascine usando la rongola per tagliare i rami secchi dei rovi piu’ grossi e degli alberi intorno alla sua casa era cosa facile e quasi riposante, di notte, almeno rispetto al caldo sole della giornata, il sole spietato che batte a luglio sul Sulcis. Di notte dormiva sempre poco, lui.
La luce veniva dalla sua destra, e non riusciva ancora ad illuminare il mare che da quel punto, rialzato e su un piccolo pianoro, si vedeva benissimo, per quanto lontano, alla sua sinistra.

Beniamino interruppe il lavoro.
Con la fronte accigliata guardo’ le rosee dita di Aurora.
Penso’ subito alla roncola e la guardo’. Uno strumento rozzo ed efficace, e nel caso specifico, efficace perché rozzo. L’efficacia di uno strumento da taglio si valuta rispetto all’uso, certo, ma anche alle condizioni d’uso, le condizioni reali, vissute. Una roncola fa lavori grezzi, rozzi, duri, in condizioni aspre, quelle della vita di campagna, che non è stata mai Arcadia.
Beniamino sospiro’, respirando profondamente.
A sinistra ormai la notte si allontanava veloce sulle onde; a destra le ombre fra le macchie e gli alberi finora blu e nere diventavano tonalità di grigio, di marrone e di verde.
Il tutto avveniva lentamente, ma la percezione, si diceva Beniamino, è come tutte le cose relativa e lui poteva benissimo vedere quei movimenti di luce piu’ o meno veloci.
In una stanza d’albergo, sulla costa della Sardegna sud-occidentale, poco dopo, in una tarda mattinata di piena estate, la luce del sole filtrava a strisce fra le persiane accostate ed illuminava il corpo nudo di una giovane e bellissima donna, a letto con un uomo addormentato.

Alessia

La donna è naturale, cioè abominevole.
Quindi è sempre volgare, cioè l’opposto del dandy
Charles Baudelaire
Diari intimi

In una stanza d’albergo, sulla costa della Sardegna sud-occidentale, in una tarda mattinata di piena estate, la luce del sole filtrava a strisce fra le persiane accostate ed illuminava il corpo nudo di una giovane e bellissima donna, a letto con un uomo addormentato.
Alessia era sveglia e infastidita; portava una mascherina di stoffa di quelle per coprire gli occhi contro la luce, del tipo che si usa per lo più sugli aerei; ma la luce evidentemente la infastidiva comunque.
Si muoveva, era agitata ed irrequieta.
Alessia non era una donna comune. Nemmeno ad esser ciechi lo si sarebbe potuto pensare. I ciechi, oltre a sviluppare a fondo gli altri sensi per ovvie necessità, spessissimo hanno un ottimo odorato. E l’odore di Alessia non era solo quello della sua colonia, costosa e raffinata. Era odore di giovane femmina alfa e fertile. Certo, detto questo, forse più lupa che donna, ma tant’e’.
Era un odore foriero di disgrazie: un odore così porta guai. Non pare, ma porta guai.
Il profumo che Alessia usava era Aromatic Elixir, un costoso profumo francese più da signora che da giovane femmina eccetera. Ci sono profumi così, profumi che non sono adatti alle giovani donne, non solo o non tanto per il costo o per le mode, ma proprio perché non rendono bene su una pelle giovane.
Ma nel nostro caso il discorso era diverso. Anche perché oltretutto Aromatic Elixir è profumo invernale. Aromatic Elixir è un profumo raffinato, che ha un retrogusto dolce leggermente osceno, che richiama pasti a base di roast-beef e vino rosso, forte e tanninico.
Ha un retrogusto reale, da percepire nel fondo del naso, dove si sentono anche i profumi dei cibi che mastichiamo, profondamente carnale.
Era questo l’odore che si alzava leggerissimo dalla sua pelle, dai suoi capelli, mescolato però ad un altro, che trasudava leggero dal suo corpo e soprattutto, ovviamente, dal suo sesso. Era questo in realtà quello che si sentiva di più, almeno a saperlo sentire. Il costoso profumo francese di Alessia era solo la cornice ed il passepartout; il quadro invece era l’odore stesso della sua sensualità.
Ed era un odore inebriante, anche se leggerissimo e quasi inavvertibile. Sui maschi umani sessualmente attivi aveva un po’ l’effetto che a volte ha la trielina sugli umani in generale. Sapete la trielina, il solvente per vernici? Quello. La trielina (come anche altri liquidi simili e comuni, ad esempio la benzina) in quantità eccessive inebria; ma soprattutto, poi, fa venire il mal di testa. Non a caso è una droga da poveri o da bambini.
Alessia poteva far venire il mal di testa ad un maschio, anche solo con il suo odore. In Alessia tutte le nostre antenate troglodite che ancora comunicavano 30mila o 300 mila anni fa, più con l’odore dei feromoni che con le parole, trovavano la loro rinnovata vendetta, il loro riscatto, il loro eterno ritorno, in mezzo ad una umanità che aveva perso quasi del tutto la capacità di odorare.

Marco, vicino a lei, dormiva pesantemente; e russava.
Alessia si levò la mascherina e guardò Marco indispettita. Lo toccò leggera su una spalla, ma Marco continuò a russare. Alessia insistette nel tocco, ma Marco non se ne dette per inteso. Alessia, di nuovo, insistette, e l’uomo, di nuovo, niente.
Alessia appoggiò la mano con delicatezza al centro della schieda di Marco, poi cominciò a spingerlo piano e costantemente ma con sempre maggiore forza verso il bordo del letto finchè l’uomo non scivolò di sotto.
Appena lui cadde, lei, sorridendo soddisfatta, si rimise fra le lenzuola.
Cadendo, Marco si svegliò, si drizzò alla meno peggio sedendo ed intontito bofonchiò qualcosa.
-...maccheccazzo…?
Alessia, fingendo di svegliarsi in quel momento, disse:
-...mmhmchecc’èamore? Perché mi svegli? Che ora è?
Marco la guardò perplesso e assonnato. Controllò l’ora.
-...sono le undici… sono caduto un’altra volta.
Alessia, sempre assonnata.
-...lo vedi? E poi quando io ti dico che ti agiti nel sonno non ci credi…seentiii, visto che sei sveglio mi fai portare il caffé, amoruccio?
Marco la guardò più che mai perplesso e assonnato, poi lo sguardo indugiò sulle forme di lei a malapena coperte dal lenzuolo e come era successo molte altre volte gli ormoni presero in lui il comando. Senza preoccuparsi o arrabbiarsi più di tanto, si alzò da terra, si stiracchiò sbadigliando e, seduto sul bordo del letto, chiamò il room-service.
-Pronto, room service? Sì, stanza 28, vorremmo la colazione in camera per cortesia. Sì, completa, per due…grazie.

Se lei gli avesse chiesto di mettersi in piedi sul comodino a cantare l’inno di Mameli, lui lo avrebbe fatto. Certo, avrebbe avuto qualche perplessità, avrebbe obiettato, combattuto, ma alla fine avrebbe fatto tutto quello che lei avesse ordinato.
Marco, questo era vero, era un po’ ingenuo; era anche innamorato o credeva di esserlo. Ma era anche abbastanza giovane, belloccio e ricco da avere avuto lui potere sulle donne più spesso che non il contrario. Il fatto è che quello era esattamente l’effetto che Alessia faceva abitualmente agli uomini con cui si fidanzava o che si prendeva per amanti. Gli altri più o meno li ignorava e li seduceva caso per caso a seconda delle esigenze. E spesso, per questo, si faceva odiare dagli uomini. Ma a lei non importava, a lei interessava solo essere amata da questo o da quello, a seconda dei casi. Ed in questo riusciva sempre.

Marco aveva appena riattaccato.
Glielo hai detto disse Alessia- del lattuccio magruccio?
Marco, grattandosi il petto, ricompose il numero.
-Sì, senta, sempre io, la stanza 28, sì, senta il latte del cappuccino per cortesia, usi quello magro, sì, eee…
Massaggiandosi con una mano ai lati degli occhi fece uno sforzo per ricordar tutto.
-...e la marmellata, se possibile, se ce l’avete Weight Watchers, altrimenti Connard’s, sì, se no assolutamente di arancia; e niente burro, se possibile margarina, se possibile la Hellmans; i croissant, se possibile, non bruciati, mi raccomando e se sono bruciati niente croissant ed invece tre toast per uno, grazie, non bruciati anche loro, e poi…ah sì, frutta sì, ma solo se ci sono mele o pere, grazie.
Riattaccò, si stiracchiò di nuovo.
-...morosissimoooo? – imperversò Alessia:
Che c’è? chiese Marco accigliato, più dal sonno che da altro.
-Il dolcificantuccioooo…
Marco non combatté nemmeno e richiamò. In fondo era colpa sua, no?
-Mi scusi, sono sempre io, il 28, senta avete del Sucaril?...ma sì, il dolcificante dietetico, quello a base di aspartame… no, no, il Dietor no, è quasi tutto fruttosio, è praticamente la stessa cosa dello zucchero, senta… ma aspartame in pillole non…ah, perfetto, sì, quelle blu andranno benissimo.
E riattaccò quasi esasperato.
Una mano di lei gli carezzò la nuca, poi quasi fosse una farfalla salì sul capo, scese sul viso e carezzò la guancia.
Era l’esatto equivalente dello zuccherino che si dà al circo all’animale che ha ben eseguito un compito, un vero e proprio condizionamento pavloviano, basato sulla molla più potente del creato, la gratificazione sessuale, meglio, la promessa di tale gratificazione. Lei si alzò gli si avvicinò in ginocchio sul letto e da dietro gli baciò un orecchio, mentre la mano si insinuava sotto il pigiama sul torace di lui, che cominciò ad apprezzare molto la carezza.
Marco fece per girarsi e per baciarla, ma Alessia , intuendo il gesto di lui si era già sottratta alzandosi e Marco cadde a faccia avanti sul letto dalla parte di lei.
Presto, presto… disse lei andando verso il bagno.
Marco la guardò fra il perplesso e l’irritato. Poi, come al solito si rassegnò, si buttò sul letto e provò a riaddormentarsi per i cinque minuti che ci sarebbero voluti per l’arrivo delle colazioni e per la doccia di lei.

Il vostro parere   » 3 «

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“proveniente dalla parte dell’interno dell’isola.” (non serve commento). Luna con la L maiuscola (non va piu’ di moda dalla fine negli anni 90). righe e righe per dimostrar ai lettori che conosce nel dettaglio tutte le parti del coltello. frasi intorcolate, struttura soporifera. ci vorrebbe qualcuno a riscrivere il tutto in modo decente e, anche allora, la storia sarebbe noiosa. Io non pubblicherei: e’ pieno di bei libri la’ fuori.

Sarah · 26 giugno 08

Potrebbe pubblicarlo solo una casa editrice come Giulio Perrone.

Debora · 11 aprile 09

è un esempio mirabile di come non si scrive: troppi aggettivi, troppe descrizioni, troppo di tutto.

Il catalogo iniziale del coltello che ci azzecca?

Raffaele · 13 dicembre 09


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