
Un angolo riservato ai nostri autori, che si confrontano a partire da uno spunto, “io scrivo”, che può essere interpretato da ognuno secondo la propria sensibilità, senza regole fisse. La redazione sceglie di volta in volta due scrittori, spesso molto diversi tra loro, invitandoli a un dialogo epistolare privato. Ciò che trovate in questa rubrica è la trascrizione di tale scambio di pensieri, idee, opinioni, suggestioni, presentato al pubblico perché possa a sua volta trarne spunto per una riflessione sui meccanismi che spingono oggi qualcuno ad armarsi di penna, o computer, per creare storie.
CHIARA VALERIO
Per me scrivere è bussare.
Un toc toc pacato o isterico secondo che chi sta dietro la porta in altre faccende o in panciolle (o è addirittura Oblomov) mi interessi mi piaccia ne sia innamorata oppure solo curiosa di vedere come è fatto il gioco dell’interazione con un altro essere umano.
Scrivere è bussare.
E forse prima trovare le porte di legno ingrossate dall’acqua o quelle meravigliose di vetro opaco che paiono di fondi di bottiglia, e deformano.
Sbattere in quelle trasparenti e lasciarci un alone.
Concentrarsi sulla distanza sui rumori o sulle ombre. Un esercizio di ricerca e improntitudine. Bussare.
Uno scherzo da bambini a chi corre più veloce sì ma all’ultimo momento. Appena prima che la porta si spalanchi estenuata e ne escano urla manganellate o ancora curiosità e benevolenza. Ma più manganellate.
O bussare alle porte senza nessuno dietro e incurante che qualcuno ci sia.
Un toc toc autistico. Bussare per sé e per evocare una eco così che qualcuno affascinato entri dalla finestra sul retro per precipitarsi ad aprire. Nella speranza che le finestre non abbiano fermi.
In “Laurent” ho letto
‘Avevo passato anni a convincere una principessa a farmi entrare nella torre in cui si era rinchiusa.’
Che è scanzonato e divertente e appena rinunciatario così come ha da essere una frase con un tempo composto ma comunque prossimo. Ecco Emanuele vorrei sapere quanto scrivere per te sia cercare di colmare un vuoto, un dislivello, in verticale o in orizzontale, con il resto del mondo oppure tra sé e sé.
La torre quanto è alta?
E il fossato è profondo?
E anche tra sé e sé. Tra un sé e l’altro nell’inevitabile tourbillon di eventi e ipotesi in cui uno si trova a circolare quando cresce e quando impara e quando bussa.
EMANUELE PALMIERI
Chi c’è dietro la porta? Nel fragore di voci indistinte e accavallate nello stile di una massa di emuli di Joyce mi è sembrato di sentir bussare… mah… sarà stata una impressione. Chiara, sei tu?
CHIARA VALERIO
Seppure fossi io non potresti riconoscermi.
nè io stessa potrei. ciò che non siamo è ciò che non vogliamo.
o anche, più coscientemente. ciò che non siamo è ciò che non vogliamo.
ma la coscienza rompe il ritmo talvolta.
seppure fossi io non potresti riconoscermi.
né io stessa potrei.
o si bussa o si apre una porta. non c’è altro.
né vorrei essere tutte le cose qui e ora.
forse più tardi sì, essere due cose e un bicchiere di porto.
che è un buon nome per un vino che dà alla testa e che quindi fa viaggiare.
dà l’abbrivo.
i viaggi per mare sono tutta un’altra cosa. L’ho sempre sostenuto. anche mio nonno che non è mai riuscito ad andare in america e che pure aveva tutti i fratelli marinai.
Perché gli emuli di Joyce e non d’un altro?
Pensavo che mi raccontassi una storia di scrittura. o di una scrittura, anche della tua.
Busso forte perché voglio una storia. io adoro le storie. si intrecciano e si “spicciano” come si dice. ma non sempre. alcune volte è necessario spezzarle. Gli emuli di Joyce spezzano le storie ed è giusto così perché l’odissea l’ha già scritta qualcun altro. Ripeterla sarebbe bello ma forse vieto.
Mo non lo so adesso, forse più tardi. Essere due cose, un bicchiere di porto e riscrivere l’odissea.
Ma adesso me ne torno a leggere.
Bussa un po’ tu. O apri senza domandare.
Che le risposte, come ha scritto Wilde, sono sempre assai indiscrete.
EMANUELE PALMIERI
Fu detto che un uomo che fosse stato in grado di esprimere in 100 parole un concetto quando ne fossero bastate 10, sarebbe stato in grado di compiere qualsiasi azione. E una donna? Se fossi tu potresti compiere qualsiasi azione ma siamo certi che 100 fossero a loro volta sufficienti e non siano state solo l’effetto di un bicchiere di porto?
La porta è ben aperta.
Come direbbe il decano del mio genere «Benvenuta in mia casa. Entri senza timore, purché lasci un po’ della felicità che porta con sé». Belle parole per uno che stava lì, lì per succhiare liquidi al povero Jonathan. Con questo non voglio dire che vorrei succhiarti liquidi e d’altra parte nel mio amato genere gotico il Conte occupa un posto abbastanza basso in classifica, ma era l’unica citazione al volo che avevo circa l’aprire le porte.
Ti confesso anche che il tuo modo di esprimerti e scrivere mi affascina e spaventa quanto i vampiri… Mi togli una curiosità? Ti viene di getto oppure è un getto con infinite revisioni correzioni oblazioni ripensamenti e terze stesure?
A me capita sempre così... Butto giù capitoli interi d’un fiato e poi torno indietro ripercorrendo il tutto e ritrovandomi poi a riscrivere di nuovo i capitoli di cui sopra tenendo a mente le correzioni fatte in precedenza.
In questo tratto per esempio c’erano un po’ troppi “Tutto” che sono stati cancellati dall’esistenza (Sai dirmi dov’erano? Degno del quesito della Susy, non è vero?).
CHIARA VALERIO
Quando Johnathan è entrato in casa mia non mi ha lasciato niente. Niente di quella felicità che gli impolverava il capospalla. Davvero Emanuele. Nemmeno un granello.
Forse perché non avevo una casa mia.
Forse per questo sono passata a scrivere d’altro.
E sostanzialmente di getto, per evitare che sulle parole si poggino quei granelli di polvere che mi sono stati negati una volta. E quindi sempre.
Perché io ho un brutto carattere e mi terrorizzo sempre. Niente granelli ieri, niente granelli mai più.
Quindi mi tranquillizzo pure in effetti nel non attenderli.
è una bella citazione la tua per una porta aperta.
ed è bella anche appena dopo che la porta si è chiusa.
appena dopo che la porta si è chiusa.
io rileggo.
assai intimorita dai refusi.
li scovo se ci sono.
e ci sono sempre.
per non sembrare distratta.
anche se lo sono. qualche volta lo sono.
perché le parole non necessitano della mia attenzione, si legano una all’altra come fossero suoni.
o anche dissonanze.
ma si inseguono.
fanno capriole e poi si inquadrano in righe.
una volta sono certa me le troverò impilate in colonna e mi verrà da ridere.
quando scrivo scrivo di getto.
poi lascio riposare per mesi.
certe volte anche più di mesi.
poi rileggo e cambio i tempi dei verbi.
da un paio di anni odio il passato remoto.
per esempio.
Vediamo
“tutto” d’un fiato
“tutti” i capitoli
“tutte” le correzioni
cosa vince l’amica della susy? se vince.
una volta ho corretto un racconto.
poi ho perso le correzioni.
dopo giorni di angoscia per aver perso QUELLE parole.
ho ricorretto.
poi ho ritrovato le prime correzioni.
e le ho confrontate con le seconde.
non c’era nessuna differenza.
ecco.
sogni d’oro.
come diceva mia mamma quando ero bambina.
e dice ancora.
(continua?)